La Salute e' preziosa !!!
Lo Stress Distrugge !!!
La Sicurezza e' Vita !!!
Nell' ambito di questo Seminario, il Coordinamento Donne Piemonte ha voluto partecipare con questa analisi, per offrire una visione dei problemi di tutti, attraverso
gli occhi delle donne.
Molti affermano di essere stressati e ciascuno, quando parla di stress, lo intende un po’ a modo suo. "Stress" è una parola in voga: c’è chi la usa per definire una seccatura non molto grave e chi per caratterizzare una situazione di attività febbrile ma transitoria; la si usa come sinonimo di sfida eccitante ma anche per descrivere una condizione di tensione continua che può rivelarsi dannosa per la salute. È a quest’ultima accezione, e solo a questa, che ci riferiamo quando parliamo di stress, sta a dire una condizione di tensione dannosa e pericolosa.
I dati del Ministero della Salute riportano che lo stress legato al lavoro rappresenta la seconda malattia professionale più diffusa nell'Unione Europea dopo il mal di schiena.
In Europa ne è colpito un lavoratore su quattro e le donne risultano essere le più colpite anche a causa del loro vissuto storico.
Dall'Ottocento la donna lotta per entrare nel mondo del lavoro; il suo contributo, mai venuto meno nella storia, solo ora ricomincia ad avere un importante peso sociale, in pieno sviluppo industriale, soprattutto dal punto di vista economico e produttivo in senso stretto. La donna inizia a farsi riconoscere il diritto ad essere un soggetto sociale, lavoratrice e cittadina e quindi a potersi svincolare dal potere dell'uomo, marito e padre.
Lavoratrici con le gonne si vedono non solo nelle fabbriche ma anche nelle scuole come maestre o nelle corsie degli ospedali, conquistando così un'indipendenza economica che rompe gli stretti vincoli domestici.
Il Novecento è il secolo del grande movimento femminista, delle conquiste dei diritti civili dall'uguaglianza, al voto, alla possibilità di accedere alle professioni di esclusiva pertinenza degli uomini. La donna conquista la sua libertà e la sua indipendenza economica, giuridica, politica e sessuale.
Però nonostante i progressi fatti, oggi, all'alba del millennio, qualcosa sembra ancora non tornare: siamo in una società che chiede ancora alle donne di “portare i pantaloni” quando è ormai tempo di indossare con orgoglio la gonna e di sfruttare tutte le capacità che sono racchiuse nel ruolo femminile.
Una fotografia del Rapporto Italia dell'Eurispes restituisce un'immagine delle donne italiane come vere e proprie acrobate che si dimenano tra lavoro, famiglia e società. Sempre di più si trovano a confrontarsi con problemi legati a maternità, gestione dei figli e della famiglia in generale, alla cura della casa e, in uno scenario sempre più attuale, ad allargare i loro carichi familiari dovendo gestire e fornire supporto anche agli stessi genitori divenuti anziani.
Si parla di raggiungimento di parità tra sessi, ma quanto davvero è stato realizzato in Italia?
Rispetto ai paesi del Nord Europa, dove le donne lavorano senza per questo rinunciare alla maternità e i tassi di occupazione femminili sono elevati, l'Italia si caratterizza per un bassissimo livello di fecondità (1,41 nel 2008) e per un altrettanto modesto tasso di occupazione femminile (46,6%), il più basso in Europa. Nonostante tutto, il nostro paese è anche tra quelli in cui si è verificato un maggiore incremento occupazionale delle donne (+7% rispetto al 2000).
I dati relativi a carriere e retribuzioni di uomini e donne mostrano un evidente gap di genere: per queste ultime risulta ancora complicato riuscire ad occupare posizioni di rilievo nelle aziende e nella politica. I ruoli di comando, infatti, sono quasi del tutto appannaggio degli uomini: in politica (89% contro l'11% di presenza femminile), in economia (84,5% contro 15,5%) e cultura e professioni (81,5% contro 18,5%). Questo divario si riduce nel settore arte e comunicazione (62,2% contro 37,8%).
Per quanto riguarda le retribuzioni, Unioncamere, mostra come, a parità di impiego, le donne percepiscano stipendi più bassi: lo scarto percentuale è pari al 16%, partendo da un minimo dell'1,7% nelle professioni meno qualificate ad un massimo del 20,8% degli operai specializzati.
La mancanza di una piena meritocrazia e di pari opportunità nel mondo del lavoro, oltre all'esistente e continuo pregiudizio di genere, sono le cause principali della progressiva precarietà lavorativa della donna e del suo frequente abbandono della carriera in favore della cura di casa e famiglia. Maternità e lavoro, d'altra parte, risultano due realtà non sempre conciliabili.
Dallo studio "Donne e lavoro. La conciliazione che non c'è", realizzato dall'Eurispes nel primo semestre del 2008, emerge che il 65,7% delle intervistate sono convinte che la carriera costringa molte donne a rinunciare o rimandare la maternità. I motivi? In primo luogo la maternità è vista come un vero e proprio handicap da parte dei datori di lavoro, che devono affrontare problemi come la minore disponibilità della madre lavoratrice, le sue assenze dovute alle malattie del bambino e quindi la sua presenza incostante sul posto di lavoro e con spese aggiuntive per l'impresa.
Anche i costi troppo alti di asili nido e baby sitter e l'assenza di una solida rete parentale spingono molte a lasciare un lavoro poco redditizio per dedicarsi completamente alla cura dei figli.
Questa breve analisi della situazione della donna, ci porta facilmente a capire come lo stress da lavoro correlato possa avere una differenza sostanziale sia nelle cause che nelle ricadute, tra uomini e donne.
Esistono dunque differenze di genere negli esiti sanitari dovuti a stress lavorativi, sebbene le patologie stress-correlate siano non specifiche, multifattoriali e con diversa gravità nei vari ambienti, tali per cui è quasi impossibile stabilire un nesso causale tra queste malattie e l'esposizione allo stress lavorativo.
Quest’ultima osservazione ci fa capire quanto sia complesso trovare e provare le cause che provocano lo stress in generale e ancora più difficile se si parla di “genere”.
Ma vediamo quale situazione vivono le nostre aziende sul territorio piemontese.
Riscontriamo, anche se con sfaccettature diverse, problematiche comuni a carico delle donne che aumentano il livello dello stress.
1) Le donne vivono la prima differenza già nell’accesso al mercato del lavoro, dove sono precarie tra i precari. Perché la condizione di “madri potenziali” le penalizza in quanto le aziende considerano la maternità solo come costo aggiuntivo.
2) Quando finalmente hanno un lavoro, vengono collocate nei posti meno professionali e questo porta facilmente a capire come la crescita professionale sia bloccata fin dall'inizio. Il problema si amplifica quando parliamo di riconoscimento delle competenze e dei meriti.
3) C'è poi il grande tema della flessibilità di orario, che viene utilizzato nella maggior parte dei casi ad esclusivo beneficio dell’organizzazione aziendale, che accresce invece di risolvere i problemi di conciliazione tra lavoro e famiglia.
Accanto a queste forme di “discriminazione di genere” che ribadiamo, sono una grande fonte di aumento dello stress, si associano le problematiche comuni a tutti, relative alla precarietà della situazione aziendale, le incertezze del futuro, il ridimensionamento del personale e il largo uso dei contratti interinali.
In particolare abbiamo analizzato i call center, realtà molto diffusa nella nostra regione, perché riteniamo che per chi lavora “in cuffia”, lo stress sia parte integrante della tipologia del lavoro.
Per descrivere la realtà dei call center la definizione più appropriata, per noi, è quella di una concezione del lavoro fordista dove, l’operatore del call center rappresenta la moderna versione dell’operaio, che sostituisce parte integrante di una catena di montaggio con la differenza che l’operaio sostituiva un ingranaggio meccanico mentre l’operatore sostituisce un buco nel software dei sistemi di rete. Per gli operai si parlava di alienazione, per i lavoratori del call center si parla si stress.
Il call center doveva essere il classico lavoro temporaneo che avrebbe permesso ai giovani di guadagnare qualcosa in attesa di spiccare il volo.
Oggi l'età media dei lavoratori nel call center è 40 anni, il personale impiegato è principalmente femminile.
Elemento caratterizzante di questo lavoro è l'orario, che diventa fattore di stress che colpisce le donne, a causa dei turni concentrati prevalentemente nelle fasce serali o nel week end, con il conseguente aumento della difficoltà di conciliare tempo di vita e tempo di lavoro.
Inoltre la concentrazione femminile viene utilizzata dalle aziende nei posti dedicati alla gestione delle informazioni, acquisizioni commerciali e lamentele della clientela, , per la particolare capacità di ascolto e di comunicazione delle donne, diventando fonte di maggiore oppressione perché crea organici più “sottomessi” che qualificati.
Si tende sempre più a omogeneizzare la risposta imponendo frasi predeterminate, a cui la lavoratrice deve adattarsi, spersonalizzando la propria identità fino all’aberrazione di dovere aggraziare la voce qualora non risulti abbastanza musicale.
Al contrario, per i posti di supporto tecnico specialistico, la forza lavoro e’ in maggior parte maschile e la voce richiesta deve essere piu’ impostata e determinata.
E’ lampante la discriminazione e la conseguenza immediata: alle donne spetta per lo piu’ la clientela aggressiva, che pretende o reclama e ai loro colleghi uomini un lavoro piu’ qualificato e gratificante. Questa condizione espone anche maggiormente le donne al rischio di licenziamento.
In Telecom gli ammortizzatori sociali, quali i contratti di solidarietà, hanno penalizzato in modo particolare proprio i call center, dove l'organico è prettamente femminile. Anche i criteri di ricollocazione in ambito aziendale tengono conto principalmente dei requisiti maschili: il tecnico di rete.
Abbiamo molti esempi a sostegno di quello che diciamo: in alcuni casi vissuti direttamente dalle nostre RSU e in altri raccontati dalle nostre lavoratrici, sia che lavorino in grandi aziende come Telecom, Rai, Seat, Comdata, Vodafone ecc…che in piccole realtà come Bona ecc...
Sappiamo che queste riflessioni non hanno fatto altro che, confermare quello che da tempo si discute in tutti gli ambienti del mondo del lavoro, siano essi imprenditoriali o sindacali; riteniamo importante l'aver constatato quanto sia vero e pressante nelle nostre aziende il disagio che vivono i lavoratori, e in particolare le lavoratrici, dovuto allo stress. Questa consapevolezza deve essere per tutti da stimolo per collaborare e trovare soluzioni efficaci.
Per concludere, la definizione di stress correlato può essere racchiusa in due parole: donna a metà.
Le donne lavoratrici che sono anche mogli e madri vivono da sempre il disagio del loro molteplice ruolo. Il luogo comune che la scelta di fare tutto non è obbligatoria, ha rafforzato ancora di più, nella società, l’idea che il disagio vissuto vada in qualche modo risolto dal singolo che ne è il solo artefice.
Quindi, ancora oggi, la scelta è quella tra il ruolo donna_uomo o donna_a metà.
Siamo convinte che vada riconosciuto come stress correlato il disagio indotto da questa scelta obbligata .
Quello che pensiamo si possa fare per cominciare ad affrontare il problema va in due direzioni.
La prima è quella di rimuovere le cause che provocano lo stress attraverso la Contrattazione di II Livello, che utilizzi e sviluppi il più possibile la legislazione sulla Sicurezza, sulla Conciliazione dei tempi e sulle Pari Opportunità. Bisogna inoltre potenziare il monitoraggio sanitario sulla prevenzione, programmando visite specifiche e mirate, ad esempio controlli neurologici e audiometrici.
Una proposta volta alla riduzione del disagio nei call center potrebbe consistere nella rotazione delle mansioni, che permetta alle lavoratrici di interrompere ciclicamente il lavoro più stressante .
Ci sono poi, le buone prassi aziendali, che ci possono aiutare a costruire proposte e soluzioni prendendo ad esempio il lavoro svolto in alcune delle nostre aziende:
Asili nido, abolizioni turni disagiati per le lavoratrici madri, banca ore per gestire permessi e ritardi (vedi Tim mamma/papà) ecc....
La seconda direzione riguarda la sfera più individuale: pensiamo che laddove non si riesca a eliminare o diminuire la cause che provocano stress, o perché non si trova un accordo con le aziende o perché lo stress è insito nel lavoro, è necessario mettere in campo tutte le iniziative che permettano alle lavoratrici e ai lavoratori di “gestire lo stress”.
Urge proporre soluzioni che non siano solamente quelle di intervenire sull’organizzazione del lavoro, ma anche sulla natura della persona, per modificare i comportamenti e di conseguenza le reazioni degli individui, siano essi coloro che subiscono lo stress come coloro che lo provocano.
La formazione ci sembra lo strumento principale che può essere affiancato da
counselling, sportelli di ascolto ecc...
Per concludere, chiediamo alla Segreteria Regionale e a quella Nazionale di supportarci il più possibile, dotandoci di tutti gli strumenti necessari per sostenere le donne nel superare le barriere che impediscono di vivere pienamente e con serenità tutti i ruoli che questa società ci ha affidato.
All. Relazioni delle RSU sulle nostre aziende.